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TRACCE e SENTIERI
Luogo, Tempo, Eros, Polis, Destino
venerdì 16 dicembre 2011
martedì 22 novembre 2011
… al di là del parco, al di sopra dei campi fumiganti, scivolò dentro il paesaggio un arcobaleno …. , di Vladimir Nabokov, lettura di Domenico Pelini
Al di là del parco, al di sopra dei campi fumiganti, scivolò dentro il paesaggio un arcobaleno; i campi finivano sul limitare oscuro e dentellato di un lontano bosco di abeti dove si inarcava una parte dell’arcobaleno, e in quel tratto il bordo della foresta scintillava magicamente attraverso il velo iridescente verde pallido e rosa che lo schermava: una dolcezza e uno splendore tali da ridurre al rango di parenti poveri i colorati riflessi romboidali che il ritorno del sole aveva proiettato sul pavimento del padiglione.
Un attimo dopo cominciava la mia prima poesia. Che cosa la scatenò? Credo di saperlo. In assenza di vento, il semplice peso di una goccia di pioggia che brillava, godendosi il suo parassitico lusso, su una foglia cordata, ne aveva inclinata la punta, e quello che pareva un globulo di mercurio aveva eseguito un improvviso glissando lungo la nervatura centrale, quindi, ormai spoglia del suo lucente fardello, la foglia, sollevata, si era di nuovo distesa. Foglia, inclinata, spoglia, sollevata – l’istante che ci volle perché questo accadesse non mi parve tanto una frazione di tempo quanto una fessura nel medesimo, una pulsazione omessa, subito compensata da un picchiettio di rime: dico volutamente «picchiettio» perché, quando arrivò una raffica di vento, gli alberi si diedero allegramente a gocciolare tutti insieme, in un’imitazione del recente rovescio di pioggia, rozza quanto lo era la strofa che già mormoravo se paragonata al mio brivido di meraviglia nell’istante in cui cuore e foglia erano stati una cosa sola.


lunedì 21 novembre 2011
lunedì 14 novembre 2011
Mark Strand letto da Domenico Pelini
Mark Strand, La tua ombra, letta da Domenico Pelini
postato da: AMALTEO alle ore novembre 08, 2011 17:07 | link | commenti (2)
categorie: destino mark strand
categorie: destino mark strand

Chris Abrahams, Tony Buck, Lloyd Swanton, ossia gli australiani The Necks all'AREA SISMICA di Forlì, 4-11-2011
Chris Abrahams, Tony Buck, Lloyd Swanton, ossia gli australiani The Necks all'AREA SISMICA di Forlì, 4-11-2011. I due pezzi
Chris Abrahams, Tony Buck, Lloyd Swanton, ossia gli australiani The Necks all'AREA SISMICA di Forlì, 4-11-2011.
I due pezzi suonati nella notte (come sempre "sculture musicali uniche):
I due pezzi suonati nella notte (come sempre "sculture musicali uniche):
Video pubblicati da MR Moscone:
Chris Abrahams, Tony Buck, Lloyd Swanton all'AREA SISMICA di Forlì, 4-11-2011. E un grazie particolare ad Ariele e Federica




AREA SISMICA, Via Le Selve, 23, Forlì - Ravaldino in Monte
The Necks, Mindset, 2011
"No other performing unit can reach into a remotely similar sonic area...almost as if their music is disembodied from conventional human touch, arriving from some unknown abstract source"
New York City Jazz Record

da: http://www.thenecks.com/shop
New York City Jazz Record

da: http://www.thenecks.com/shop

Nina Simone, Four Women,
Questo video mi è arrivato addosso così, senza cercarlo. L'ho solo trovato.
Attenzione: sarà un momento magico. Da ascoltare con la luce soffusa.
Da ascoltare col cuore. Non adatto agli insentimentabili (neologismo: coloro che non vogliono CEDERE al sentimento).Narrano le leggende che Duke Ellington, dopo questa rappresentazione in cui si presentifica Psiche, abbia scritto per lei la Suite "La plus belle africaine".
My skin is black
Attenzione: sarà un momento magico. Da ascoltare con la luce soffusa.
Da ascoltare col cuore. Non adatto agli insentimentabili (neologismo: coloro che non vogliono CEDERE al sentimento).Narrano le leggende che Duke Ellington, dopo questa rappresentazione in cui si presentifica Psiche, abbia scritto per lei la Suite "La plus belle africaine".
Popolo segreto di Nina:
guardatela !!!
Non la dimenticherete più
guardatela !!!
Non la dimenticherete più
My skin is black
My arms are long
My hair is wooly
My back is strong
Strong enough to take the pain
It’s been inflicted again and again
What do they call me
My name is AUNT SARAH
My name is Aunt Sarah
My hair is wooly
My back is strong
Strong enough to take the pain
It’s been inflicted again and again
What do they call me
My name is AUNT SARAH
My name is Aunt Sarah
My skin is yellow
My hair is long
Between two worlds
I do belong
My father was rich and white
He forced my mother late one night
What do they call me
My name is SIFFRONIA
My name is Siffronia
My hair is long
Between two worlds
I do belong
My father was rich and white
He forced my mother late one night
What do they call me
My name is SIFFRONIA
My name is Siffronia
My skin is tan
My hair’s alright, it’s fine
My hips invite you
And my lips are like wine
Whose little girl am I?
Well yours if you have some money to buy
What do they call me
My name is SWEET THING
My name is Sweet Thing
My hair’s alright, it’s fine
My hips invite you
And my lips are like wine
Whose little girl am I?
Well yours if you have some money to buy
What do they call me
My name is SWEET THING
My name is Sweet Thing
My skin is brown
And my manner is tough
I’ll kill the first mother I see
Cos my life has been too rough
I’m awfully bitter these days
because my parents were slaves
What do they call me
My
name
is
PEACHES
And my manner is tough
I’ll kill the first mother I see
Cos my life has been too rough
I’m awfully bitter these days
because my parents were slaves
What do they call me
My
name
is
PEACHES
martedì 1 novembre 2011
sabato 29 ottobre 2011
JAMES HILLMAN, L’ULTIMA INTERVISTA: “STO MORENDO MA NON POTREI ESSERE PIU’ IMPEGNATO A VIVERE”, di SILVIA RONCHEY, in TUTTOLIBRI 29 ott 2011
«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima.
«Oh, sì.
Morire è l’essenza della vita».
Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».
E’ una
condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E’ accidentale».
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E’ accidentale».
Comunque non
credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi
finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida.]
Ti resta
quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».
«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».
Perché esisti
solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»
Non potrebbe
essere altrimenti: o non fai il reportage – come la maggior parte di chi si
trova nella tua condizione – oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che
tutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l'atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco
«E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l'atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco
«E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».
E il dialogo
aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».
Come un
risucchio che attira.
«Dev’essere così».
«Dev’essere così».
O una
condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae.
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae.
Ma non
parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio. Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l’intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E la rubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio. Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l’intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E la rubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».
Da dove viene
questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».
«Oh, decisamente dal morire».
Ti dici
«impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma,
come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se
ci sei tu non c’è la morte, e se c’è la morte non ci sei tu». «Esatto».
Mi sto
domandando se allora questo tuo morire non sia un’intensificazione del vivere.
«Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la
vita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».
In che
senso?«Orgoglio, arroganza, hybris: attenzione a non peccare contro gli dèi.
Mai, in nessuna occasione».
Certo, ma non
credo che la tua sia hybris. Credo sia puro coraggio affrontare la morte a
occhi aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.«E’
prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato
prima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare
prima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è
consentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia – perché la definirei così – non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia – perché la definirei così – non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]
E allora,
qual è la decisione migliore? che ne pensi?
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: “C’è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: “C’è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»
Forse ti
sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c’è fumo nel tuo
cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in
considerazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? non hai
allenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».
E’ pagana
anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura
che hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire
che è anche, o anzi è soprattutto un’arte estrema del vivere.
«Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dello
stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».
fonte: La
Stampa Tuttolibri, 29 ottobre 2011
giovedì 20 ottobre 2011
Il colore marrone

L’esuberanza e la passionalità del rosso-oro lentamente perdono intensità per abbandonarsi alla tonalità più morbida e rassicurante del colore marrone.
E’ questo il colore che mi induce all’introspezione, alla regressione.

Forse perché la terra nuda è di questa tinta, quella stessa terra che elargisce e raccoglie, dispensatrice di vita e depositaria di ciò che vita non è più.

C’è ancora spazio per gettare i semi di spinacio ed interrare i bulbi di tulipano, mentre il resto dell’orto deve essere spogliato dagli avanzi delle piantagioni estive, affinchè il terreno possa ricevere il nutrimento appropriato per ributtare generosamente nel prossimo ciclo riproduttivo.


Il marrone aranciato tinge anche gli ultimi frutti della stagione, già preludio dell’intimo piacere di rompere il guscio di noci e nocciole al crepitio di un ciocco di legno che brucia e dello smuovere la paglia per verificare, al tatto, l’avvenuta maturazione di nespole e kiwi.







E’ tempo di tagliar legna per rinnovare il magico momento dispiare il fuoco ardente dal portellone del forno, grembo accogliente per indorare la pasta della pizza o avvizzire la buccia delle mele renette.


I raggi obliqui del sole giocano con le ombre e le volute del fumo che sbuffano dal camino. C’è silenzio nell’aria. Tra breve le sedie della terrazza dovranno essere riposte in casa per il letargo invernale.

Le fotografie sono di Luciana
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